Le tecniche e i modelli della Musicoterapia

Le tecniche musicoterapiche

Le tecniche principali in Musicoterapia sono quella attiva e quella recettiva (Manarolo, 2006; Raglio, 2015).

Nella prima, l’approccio è principalmente non verbale e l’elemento sonoro-musicale, soprattutto nell’uso della improvvisazione, viene utilizzato al fine di creare una interazione con l’utente e di sviluppare processi comunicativo-relazionali; viene utilizzata principalmente in quella popolazione di utenti con deficit nelle competenze verbali e simboliche.

Nella seconda, che prevede un approccio prevalentemente verbale, e può essere utilizzata con quegli utenti con una adeguata capacità di comunicazione verbale e una minima capacità introspettiva ed elaborativa, prevede l’ascolto di brani proposti dal musicoterapeuta con la finalità principale di un ampliamento delle capacità di ascolto (inteso sia in senso musicale che metaforico).

Entrambe le tecniche prevedono un attenta valutazione del soggetto, o dei soggetti in caso di interventi gruppali, delle sue specifiche connotazioni socio-culturali, della sua Identità Sonora (Iso) (Benenzon, 1984; Benenzon et al., 2006)1 e della biografia, al fine di realizzare progetti individualizzati che prevedano anche obiettivi specifici (Raglio, 2015).

I modelli della Musicoterapia

I principali modelli internazionali di Musicoterapia sono stati identificati dalla Federazione Mondiale di Musicoterapia in occasione del IX Congresso Mondiale di Musicoterapia (1999), sono cinque in tutto, di cui si riporta una breve descrizione.

La Musicoterapia creativa (Nordoff e Robbins, 1982)

Questo modello nasce negli Stati Uniti, tra gli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso, dal lavoro del pianista Paul Nordoff e dell’insegnante di sostegno Clive Robbins, i quali operavano nelle scuole speciali con bambini affetti da handicap mentali e fisici e da sindromi dello spettro autistico.

Questo metodo pone le basi sulle idee di Rudolf Steiner, sull’antroposofia e sui concetti umanistici di Abraham Maslow. L’idea alla base è che ogni individuo risponde in modo innato alla musica e che, attraverso la musica, ognuno possa sviluppare le proprie potenzialità positive.

In questo modello la musica è utilizzata come terapia attraverso l’improvvisazione creativa, che coinvolge in parte anche l’utente stesso, al quale vengono messi a disposizione strumenti prevalentemente ritmici. I terapisti creano una atmosfera musicale coinvolgente dall’inizio alla fine della seduta, con l’obiettivo di creare una relazione terapeutica nella musica. Le fasi del percorso sono:

  • un incontro musicale con l’utente, durante il quale si stabilisce un contatto e si esplorano le tendenze musicali dell’utente stesso, al fine di stabilire una relazione di fiducia;
  • una seconda fase in cui si stimola l’utente a partecipare alla improvvisazione con il terapista, al fine di aiutare l’utente a sviluppare un linguaggio musicale dove si possa costruire la relazione terapeutica;
  • una terza fase in cui l’obiettivo è quello di sviluppare nell’utente abilità musicali.

L’analisi dell’intervento viene fatta in maniera descrittiva con metafore e interpretazioni su quanto emotivamente espresso dall’utenet attraverso il suo comportamento musicale. Questo modello prevede, dove possibile, il lavoro di una coppia terapeutica nella quale un terapista utilizza il pianoforte per stimolare la narrazione musicale, mentre l’altro facilita, accompagna e coinvolge l’utente.

Pur essendo nato nell’ambito dei disturbi neurologici nell’età dello sviluppo, questo modello negli anni è stato diversificato al fine di poterlo applicare anche con utenti adulti negli ambiti neurologico e psichiatrico.

La Musicoterapia comportamentale e cognitiva (Madsen et al., 1968)

Questo modello si sviluppa negli Stati Uniti e il suo maggior teorico è stato Clifford Madsen. Bruscia (1988) definisce la Musicoterapia comportamentale come «…l’uso della musica come rinforzo contingente o stimolo di suggerimento indirizzato ad aumentare o modificare i comportamenti di adattamento e a eliminare i comportamenti non adattivi» (1988/1993, p. 184).

Il modello pone le sue basi sulle teorie comportamentiste sviluppate da Watson negli anni ‘50 del secolo scorso. L’obiettivo è quello di modificare il comportamento dell’utente attraverso il condizionamento basato sul concetto di stimolo-risposta, utilizzando la musica; è principalmente un metodo recettivo incentrato sull’ascolto della musica, e basato sull’assunto che l’individuo desidera l’esperienza musicale: lo stimolo sonoro viene utilizzato come stimolo condizionato o come rinforzo per modificare comportamenti negativi. I programmi sono fortemente strutturati e ripetibili.

Il terapista, in questo modello, non avrà bisogno di una particolare formazione musicale, ma più che altro avrà una formazione di stampo comportamentista riguardo alle tecniche di rinforzo, sensibilizzazione/desensibilizzazione, condizionamento, rilassamento.

Questo modello è utilizzato con utenti sia adulti che in età dello sviluppo e anziani che presentano un grado di gravità elevato in contesti neurologici e psichiatrici.

La Musicoterapia analitica (Priestley, 1984)

Questo modello è stato creato dalla violinista Mary Priestley negli anni ‘70 del secolo scorso, con la finalità di abbinare la Musicoterapia alla psicoanalisi, in particolare pone le sue basi nella psicoterapia analitica di stampo junghiano.

Utilizzando il concetto di transfert tra utente e terapista, e associandolo all’uso simbolico della musica improvvisata dal terapista e dall’utente, quest’ultimo può utilizzare uno strumento creativo per esplorare la sua vita interiore al fine di una crescita personale. La finalità principale è quindi lo sviluppo personale e/o funzionale dell’utente: l’elemento musicale, insieme ad altre tecniche come la creazione di storie, viene utilizzato sia come catarsi per l’utente, sia, attraverso la simbologia musicale, come mezzo per esplorare nuovi modi di essere.

La seduta inizia con un primo momento di verbalizzazione, secondo il grado di espressione dell’utente, dove quest’ultimo e il terapista esplorano il “qui e ora” dell’utente stesso, e da cui emerge il tema di ispirazione della improvvisazione musicale. Questo tema viene rappresentato da una regola che riguarderà l’esecuzione musicale stessa. Lo scopo delle regole è quello di fornire all’utente stimoli e spunti per esplorare, tramite la musica, le proprie emozioni, sogni e fantasie. L’improvvisazione può comunque essere imprevedibile, e coinvolge sia l’utente che il terapista, il quale deve mantenere un duplice atteggiamento: liberarsi da uno stato di coscienza di pieno controllo al fine di sintonizzarsi con la produzione musicale dell’utente, ma, al tempo stesso, gestire il controtransfert, contenendo e sostenendo le emozioni che emergono dall’utente, e mantenere una prospettiva d’insieme della seduta. Le improvvisazioni vengono registrare e riascoltate insieme, per una riflessione verbale sulla esperienza musicale e su quanto emerso a livello emotivo.

È un modello complesso, che richiede al musicoterapeuta una preparazione psicoterapeutica, oltre a una flessibilità musicale e alla capacità di suonare più strumenti musicali. Il fulcro centrale è la relazione di fiducia tra terapista e utentee la gestione dei fenomeni di transfert e controtransfert.

È un modello utilizzato in contesto psichiatrico e di counselling, anche con utenti in età dello sviluppo e adolescenti. In genere, gli utenti devono avere una buona capacità introspettiva, anche se può essere utilizzato in casi più gravi attraverso l’abbinamento con altre tecniche, come il disegno e la danza.

L’Immaginario Guidato e Musica (GIM) (Bonny,1990)

Questo modello nasce negli anni ‘70 del secolo scorso, dalle sperimentazioni di Helen Bonny in ambito psicoterapeutico, il cui la musicoterapista, di formazione comportamentale, proponeva ascolti musicali a pazienti durante uno stato alterato di coscienza provocato da sostanze allucinogene. Ben presto, Bonny sostituisce l’utilizzo di droghe con il training autogeno.

È un metodo di psicoterapia musicale, che si fonda sulle teorie psicodinamiche di Freud e Jung, e sui modelli della psicologia umanistica e transpersonale.

Il GIM è una procedura che, attraverso l’ascolto guidato della musica classica e le tecniche di rilassamento indotto dal training autogeno, permette di evocare il vissuto e le emozioni correlate, e di rielaborarle in modo simbolico. La seduta, che può durare fino a un’ora e mezza, si svolge in quattro fasi:

  • una prima fase introduttiva di verbalizzazione dove si stabilisce il focus della seduta, durante la quale il terapista porta l’attenzione dell’utente al mondo esterno e a quello interno;
  • una seconda fase di rilassamento e focalizzazione in cui il terapista utilizza le tecniche del training autogeno per guidare l’utente verso l’abbandono del controllo della realtà esterna e l’attenzione su quanto stabilito nella fase precedente;
  • nella terza fase l’utente effettua il “viaggio musicale” attraverso gli ascolti predisposti dal terapista, e condivide con quest’ultimo le esperienze interiori che affiorano nel suo immaginario. Il terapista, in questa fase, assume un atteggiamento non direttivo e di ascolto, seguendo l’utente nel suo percorso rievocativo;
  • nell’ultima fase l’utente torna alla piena coscienza e viene incoraggiato a riportare la propria esperienza in un’altra modalità, come un disegno, una scultura, una poesia. Inoltre, una ulteriore parte di verbalizzazione aiuta l’utente a collegare l’esperienza vissuta alla vita quotidiana, recuperando il focus iniziale.

La formazione del metodo GIM è molto rigorosa e strutturata, soprattutto per quanto riguarda i programmi musicali, che attingono al patrimonio della musica classica dall’epoca barocca alla musica contemporanea.

Questo metodo può essere applicato con utenti che abbiano la capacità di discriminare l’immaginazione dalla realtà esterna e un Io sufficientemente stabile. Viene applicato con patologie depressive, stati d’ansia e per le tossicodipendenze, oltre che utenti oncologici e fine vita.

La Musicoterapia benenzoniana (Benenzon, 1984)

Rolando O. Benenzon è un musicista e psichiatra argentino che, dalla fine degli anni ‘60 del secolo scorso, ha sviluppato un modello di MT le cui basi teoriche sono riscontrabili:

  • nella psicoanalisi, in particolare S. Freud, C.G. Jung, P. Watzlawick, K. Lorenz, D. W. Winnicott;
  • negli studi sulla musica e sull’oggetto sonoro di autori come P. Schaeffer, C. Sachs, M. Shaffer;
  • sui principi fondamentali della educazione musicale di H. Willems, J. Dalcroze, Z. Kodaly, C. Orff, M. Martenot;
  • studi sulla prossemica, le teorie della comunicazione, il concetto di imprinting, l’intersoggettività.

È un modello rigoroso il cui obiettivo primario è quello di aiutare le persone a migliorare la propria Qualità di Vita, per riabilitarle e recuperarle per la società.

Uno dei concetti principali è quello della Identità Sonora (Iso), che ha varie componenti, e si costruisce dinamicamente nel corso della vita: di base ogni individuo possiede l’Iso gestaltico, che è l’insieme delle energie sonoro-musicali del bambino che sperimenta la comunicazione neonatale con la madre; all’interno di questo c’è l’Iso universale, ovvero tutti i suoni comuni a tutti gli essere umani, come il battito cardiaco o il rumore dell’acqua.

Altro concetto importante è quello dell’oggetto sonoro (che può essere uno strumento musicale, ma anche qualsiasi oggetto che produce un suono) che viene utilizzato per creare e favorire la relazione terapeutica: diventa oggetto intermediario nella terapia individuale, in quanto oggetto sonoro condiviso dalla diade utente/terapista; diventa oggetto integratore nella terapia gruppale, in quanto la sua condivisione tra i partecipanti favorisce l’interazione e la comunicazione intersoggettiva.

In questo modello viene posta molta attenzione sia al setting terapeutico, ovvero lo spazio fisico in cui viene realizzata la seduta, sia allo strumentario utilizzato durante la seduta, che viene definito Gruppo Operativo Strumentale (GOS), ovvero l’insieme degli strumenti da utilizzare all’interno del setting, scelti sulla base degli obiettivi del progetto musicoterapico. Lo spazio del setting deve avere, per Benenzon, precise caratteristiche di dimensioni, temperatura, luce, isolamento acustico e arredi; gli strumenti musicali devono essere solo acustici e non elettronici, possono essere auto costruiti, da evitare l’uso del pianoforte (inteso come strumento escludente), mentre sono consigliati gli strumenti etnici, i suoni naturali e del corpo, i suoni dei materiali presenti nella stanza. La predisposizione del setting e del GOS, oltre che la posizione del musicoterapeuta sono gli unici elementi di direttività all’interno della seduta, che si svolge nel totale non verbale e in assenza di direttività.

La comprensione dell’Iso dell’utente, dell’oggetto intermediario e integratore, insieme all’osservazione dei comportamenti non verbali e musicali dello stesso, sono alla base della progettazione della terapia. La seduta si articola in tre fasi:

  • una prima fase di “riscaldamento” a cui si arriva attraverso la scarica delle tensioni (catarsi), con la quale si cerca di favorire la predisposizione dell’utente all’interazione terapeutica;
  • una seconda fase di “percezione e osservazione” dove entrano in gioco l’Iso dell’utente e l’Iso del musicoterapeuta;
  • una terza fase di “dialogo sonoro” a cui si arriva gradualmente attraverso le fasi precedenti.

La formazione (Musicoterapia Didattica) e la preparazione che precede la seduta del musicoterapeuta, sono fondamentali nel modello benenzoniano. Il musicoterapeuta deve essere consapevole della propria identità e non deve perdere il confine con la realtà nella costruzione della relazione terapeutica; deve conoscere perfettamente il GOS e motivare azioni e decisioni; deve mantenere un atteggiamento di apertura e di ascolto, ma anche di distacco dalle proprie emozioni. La valutazione viene attuata con accurati protocolli pre e post seduta, e soprattutto attraverso la supervisione, fondamentale per l’analisi del lavoro svolto e per la progettazione delle fasi successive.

Il modello benenzoniano può essere applicato in vari ambiti medici, sia a livello preventivo, sia riabilitativo, che terapeutico: è di fondamentale importanza tenere conto del contesto e della struttura funzionale del soggetto.

La determinazione di questi cinque modelli ha aperto un confronto e un dibattito all’interno della comunità musicoterapica, ancora oggi in corso, sia rispetto agli approfondimenti degli aspetti teorico-applicativi (Raglio, 2015), sia rispetto a tutta una serie di contributi importanti alla disciplina non inseriti nel suddetto elenco, come le teorie di Edith Lecourt (Manarolo, 2006) o la terapia della libera improvvisazione di Juliette Alvin (Wigram, 2002).

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    Note

    [1] «Iso vuol dire uguale e sintetizza la nozione di esistenza d’un suono o di un insieme di suoni o di fenomeni sonori interni che ci caratterizzano e ci individualizzano.» (Benenzon, 1984/2011, p. 46).

    Bibliografia

    Benenzon, R. O. (1984). Manuale di musicoterapia. (2011). 5^ edizione. Roma: Edizioni Borla.

    Benenzon, R. O., Wagner, G., & Hemsy de Gainza, V. (2006). La nuova Musicoterapia. Roma: il Minotauro.

    Bonny, H. (1990). Music and Change. Journal of the New Zealand Society for Music Therapy, 12, 3.

    Bruscia, K. E. (1988). Defining music therapy. Gilsum (NH): Barcelona Publishers. Trad. it. (1993) Definire la musicoterapia. Roma: ISMEZ – Onlus.

    Madsen, C.K., Cotter, V., & Madsen C.H., (1968) A Behavioural Approach to Music Therapy, Journal of Music Therapy, 5, 3.

    Manarolo, G. (2006). Manuale di Musicoterapia. Torino: Edizioni Cosmopolis.

    Nordoff, P., & Robbins C., (1971). Therapy in Music for Handicapped Children. Dallas (TX):Barcelona Publishers. Trad. it. (1984). Musicoterapia per bambini handicappati. Milano: Franco Angeli.

    Priestley, M. (1994). Essays on analytical Therapy. Phoenixville (US): Barcelona Publishier,

    Raglio, A. (2015). La musicoterapia nelle demenze e in altri ambiti neurologici: dalle premesse scientifiche alla «Evidence Based Music Therapy». (Tesi di Dottorato, Università degli studi di Ferrara). Disponibile da http://eprints.unife.it/1069/

    Wigram, T., Nygaard Pedersen, I., & Ole Bonde, L. (2002). A comprehensive guide to music therapy. Theory, clinical practice, research and training. London (UK): Jessica Kingsley Publishers. Trad. it. (2003) Guida generale alla musicoterapia. Teoria, pratica clinica, ricerca e formazione. Roma: ISMEZ – Onlus.


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