La Musicoterapia per le demenze

La demenza è un termine collettivo per indicare le sindromi cliniche caratterizzate dal progressivo declino e deterioramento della memoria e delle funzioni cognitive, tra cui il linguaggio, la prassia e la capacità di giudizio, e che coinvolge anche la sfera comportamentale ed emotiva. L’irreversibilità e la progressiva gravità di queste sindromi gradualmente intaccano il funzionamento della persona, interferendo con le usuali attività sociali e lavorative, con conseguenze importanti sulla Qualità di Vita della persona stessa e di chi se ne prende cura.

I trattamenti non farmacologici per le demenze

Al fine di diminuire i trattamenti farmacologici, principalmente quelli relativi alla gestione dei BPSD1, che a lungo andare portano gravi effetti collaterali, soprattutto per la persona anziana, sono funzionali tutte quelle attività di supporto ambientale e gli interventi non farmacologici, definiti anche psico-sociali (Raglio, 2015). I trattamenti non farmacologici che hanno, tra gli altri, l’obiettivo generale di migliorare la Qualità di Vita e il benessere negli anziani con demenza e dei loro caregiver sono numerosi, e possono distinguersi in base al tipo di approccio: cognitivo, comportamentale, l’esercizio fisico o la stimolazione sensoriale (Genga & Giuli, 2016). Gli obiettivi principali di questi trattamenti possono riguardare la sfera cognitiva, la funzionalità nelle attività quotidiane (ADL) e il contenimento dei BPSD (Genga & Giuli, 2016).

Questi interventi possono essere individualizzati tenendo conto della storia dell’utente, delle sue preferenze, delle sue capacità e dei suoi interessi (Genga & Giuli, 2016). 

I vantaggi delle terapie non farmacologiche si espletano a più livelli (Genga & Giuli, 2016; Raglio, 2015):

  • possono essere di supporto alle terapie farmacologiche, riducendone talvolta la somministrazione;
  • aumentano il periodo di autonomia dell’utente, ritardandone l’istituzionalizzazione e migliorando il benessere e la Qualità di Vita;
  • hanno effetti positivi sui familiari e i caregiver, migliorandone la Qualità di Vita;
  • agevolano il carico assistenziale degli staff delle strutture residenziali, diminuendo il burnout;
  • contribuiscono al contenimento dei BPSD, con la diminuzione delle misure di contenzione, sia fisiche che chimiche;
  • sono interventi a basso rischio di effetti collaterali e controindicazioni;
  • permettono di prendersi cura della persona nella sua totalità.

Inoltre, possono contribuire, grazie al loro vantaggioso rapporto costo/efficacia, a una riduzione dei costi economici e sociali relativi alla gestione di queste patologie (Genga & Giuli, 2016), croniche e irreversibili, che saranno sempre più diffuse nel prossimo futuro, dato l’invecchiamento progressivo della popolazione.

Nella tabella seguente, si riportano, per ogni tipologia di intervento, i potenziali effetti nelle diverse aree (Takeda et al., 2012).

Interventi psico-sociali rivolti ad anziani con Alzheimer e effetti sugli outcome cognitivi, funzionali, comportamentali.

InterventoOutcome cognitivoOutcome funzionale (ADL)Outcome comportamentale (BPSD)
Training cognitivo+++
Riabilitazione cognitiva+++
Stimolazione cognitiva+++
Stimolazione multisensoriale+++
Reality Orientation Therapy+++
Terapia di Reminiscenza++
Terapia di Validazione++
Terapia fisica+++
Fototerapia++
Musicoterapia++
Aromaterapia+
PET Therapy+

Tratto da Genga & Giuli, 2016, p. 158.

La Musicoterapia per le demenze

In precedenza si è accennato come la Musicoterapia (MT) sia uno degli interventi non farmacologici utilizzati nel contesto delle demenze. Takeda et al. (2012), che analizzano le diverse tipologie di intervento non farmacologico per le persone affette da demenza, indicano tra i potenziali effetti della MT un miglioramento nella sfera cognitiva e un miglioramento della sintomatologia psico-comportamentale.

Raglio (2007) sostiene che «[…] in modo un po’ drastico e categorico si potrebbe affermare che la musica di per sé non è terapeutica, così come non risulta essere terapeutico qualsiasi utilizzo della musica in un contesto patologico.» (p. 9). Essa può, però, attraverso l’importanza che ha nella vita degli individui, soprattutto riguardo alla precocità dell’esperienza sonora e alla sua rilevanza nella relazione primaria e nelle fasi dello sviluppo (Raglio 2007), mediare efficacemente la relazione terapeutica, facendo emergere tutte le potenzialità musicali dell’individuo (Raglio, 2011).

Come documentato negli ultimi anni dalle neuroscienze, la musica agisce sul nostro cervello sia a livello corticale che a livello limbico e paralimbico (Raglio & Oasi, 2015), e le regioni del cervello associate alla musica corrispondono a regioni che mostrano una atrofia corticale minima nella Malattia di Alzheimer (Jacobsen et al., 2015; Janata, 2009). In particolare, la memoria musicale è una forma di memoria implicita che sembra rimanere intatta fino agli stati avanzati della malattia (Jacobsen et al., 2015; Stevens, 2015; Spiro, 2010), e non appartiene a una sola area del cervello, ma è sostenuta da una estesa plasticità corticale (Reber, 2013).

Nel contesto delle demenze, la musica si è rivelata un medium efficace in quanto opera su un livello emozionale e non verbale (Basting, 2006), e può essere da stimolo nelle risposte cognitive, fisiche, emozionali, comportamentali e sociali, durante tutte le fasi della malattia, incoraggiando anche l’attività motoria e stimolando la memoria (Hatfield & McClune, 2002; Cuddy & Duffin, 2005; Raglio et al., 2008). Uno dei punti di forza della MT è la sua capacità di attivare risorse, promuovere l’espressione di sé e l’interazione sociale, attraverso la comunicazione non verbale (Schall, Haberstroth & Pantel, 2015).

Finalità e obiettivi della Musicoterapia per le demenze

La ricerca internazionale sulla MT, e in generale sull’uso della musica, nel contesto delle demenze è molto attiva e fertile, indaga da punti di vista differenti l’impatto della musica, della MT e degli interventi musicali su questa popolazione di utenti, e ha registrato un notevole incremento negli ultimi anni (Ahessy, 2017; Dowson et al., 2019; Vink & Hanser, 2018).

In questo contesto, le principali finalità della MT sono il miglioramento dei BPSD e il mantenimento delle funzionalità cognitive e sociali, in sinergia con gli altri interventi, farmacologici e non, con l’obiettivo generale di migliorare il benessere e la Qualità di Vita degli utenti e dei loro caregiver (Ahessy, 2017; Aldridge, 2000; Klímová et al., 2019; McDermott et al., 2013; Raglio, 2001; 2007; 2015; Raglio et al., 2012; Ridder, 2002; van der Steen et al., 2018; Vink & Hanser, 2018).

Sherratt et al. (2004) rilevano che tra gli obiettivi positivi degli interventi musicali nel contesto delle demenze ci sono: la stimolazione cognitiva, la stimolazione della memoria e il miglioramento dell’orientamento.

Raglio (2007) identifica tra i principali obiettivi della MT nel contesto delle demenze il complessivo miglioramento della Qualità di Vita della persona anziana: attraverso la riduzione dei disturbi psico-comportamentali e il sostegno delle abilità cognitive residue, la MT può favorire il mantenimento del senso di identità e facilitare la percezione e il riconoscimento del mondo esterno.

Elliott & Gardner (2018), in una scoping review di 17 articoli inerenti all’utilizzo degli interventi musicali e musicoterapici per persone affette da demenza non istituzionalizzate, evidenziano che sono tre i modi in cui la musica influenza il benessere delle persone affette da demenza: riduzione dell’agitazione, miglioramento delle funzionalità cognitive (in particolare della memoria) e incremento del benessere sociale; inoltre, la musica impatta positivamente anche sul benessere dei caregiver. Gli autori concludono che gli interventi musicali e musicoterapici possono essere un supporto efficace, economico e accessibile, per le persone affette da demenza che ancora vivono in casa e i loro caregiver, in particolare migliorando la relazione tra questi.

Klímová, Kuča & Vališ (2019) analizzano i benefici e i limiti della MT nella gestione delle persone con demenza, attraverso una review di sei RTC2 realizzati tra il 2016 e il 2018. Gli autori concludono che la MT può essere una promettente strategia, ben accolta dagli utenti, non invasiva e a basso costo, soprattutto per il miglioramento dei BPSD.

Le tecniche musicoterapiche per le demenze

Le tecniche utilizzate nella MT sono tecniche espressive, ovvero interventi prevalentemente non verbali che utilizzano mediatori artistici che possono favorire, ampliare e modellare l’espressività e la comunicazione dei soggetti (Manarolo, 2006).

Come precedentemente riportato, è stato riscontrato che le tecniche espressive che utilizzano il medium musicale sono particolarmente efficaci nel contesto delle demenze.

Le tecniche musicoterapiche utilizzate negli interventi nel contesto delle demenze hanno sia un approccio recettivo che un approccio attivo, spesso combinati insieme (Ahessy, 2017; Clair, 2000). All’interno dei due macro approcci, recettivo e attivo, vengono utilizzate diverse tecniche specifiche che vanno dalla improvvisazione vocale e strumentale, al songwriting, dall’ascolto di musiche preferite, alla musica e movimento (Ahessy, 2017; van der Steen et al., 2018; Vink & Hanser, 2018).

La scelta delle tecniche è influenzata dallo stadio della malattia e dalla sintomatologia correlata, come anche la scelta di realizzare il percorso in sessioni individuali o in piccoli gruppi (Ahessy, 2017; Klímová et al., 2019; Raglio et al., 2012).

Approccio metodologico

Nel progettare i miei interventi musicoterapici, in particolare nel contesto delle demenze, come musicoterapeuta mi baso su determinati orientamenti teorici e metodologici, di seguito brevemente descritti:

  • Evidence Based Music Therapy (Mace et al., 2001; Vink et al., 2003; Abrams, 2010; Raglio, 2015): che prevede una serie di step replicabili riguardo alla valutazione dell’idoneità e del consenso dell’utente al trattamento, un monitoraggio costante del percorso, e la definizione di obiettivi specifici sia clinici che musicoterapici;
  • Person-centered Music Therapy (Ahessy, 2017; Baker et al., 2019; Gold et al., 2019; Ridder, 2005): che prende spunto dal modello di Tom Kitwood (1997) della cura centrata sulla persona affetta da demenza, che parte dal presupposto che la persona affetta da demenza è una persona a tutti gli effetti, con sentimenti, emozioni, la sua personalità, la sua cultura e il suo vissuto, che ha esigenze di accoglienza, espressione e validazione di Sé, nonostante il deterioramento cognitivo;
  • Psychosocial model of music in dementia (McDermott et al., 2014): che indica il fatto che la musica ha una valenza, per la persona e per i caregiver, più profonda del fatto che possa contenere i disturbi psico-comportamentali, e che l’Identità Sonora e i gusti musicali si preservano anche negli stadi avanzati della malattia;
  • l’approccio psicodinamico/intersoggettivo (Raglio, 2001; 2006; 2007; 2010): è un metodo operativo che pone le sue basi sul modello benezoniano (Benenzon, 1984) e sulla teoria psicologica di Daniel Stern (1985). L’autore sottolinea che le modalità espressive e relazionali arcaiche persistono lungo tutto l’arco di vita, e che possono essere una alternativa alla comunicazione verbale. Il suono e la musica sono in grado di attivare queste forme pre-verbali di comunicazione, che sono ancora presenti nella persona affetta da demenza, anche negli stati avanzati della malattia, e che possono essere recuperate attraverso una regressione terapeutica condivisa e guidata dal musicoterapista, che può così favorire il mantenimento del senso di identità e il conseguente riconoscimento dell’ambiente esterno.

Conclusioni

La musica per le persone affette da demenza, anche in fase avanzata, può essere un valido mezzo per far emergere quel nucleo del Sé, fatto di emozioni, ricordi ed esperienze, presente in ogni individuo, importante per il mantenimento di un senso di identità indispensabile per poter affrontare una malattia degenerativa, cronica e irreversibile.

La Musicoterapia attraverso la relazione terapeutica, la sintonizzazione con l’utente e la comunicazione non-verbale, è una valida terapia che può contribuire al miglioramento della Qualità di Vita, anche per i caregiver formali e informali, soprattutto nella gestione e nel contenimento di tutta quella sintomatologia psico-comportamentale correlata alle sindromi dementigene, che è la principale causa di istituzionalizzazione dell’anziano e di burnout dei caregiver.

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    Note

    [1] Behavioural and Psychological Symptoms of Dementia: «sintomi da alterazione della percezione, del contenuto del pensiero, dell’umore e del comportamento che si osservano frequentemente in pazienti con demenza» (International Psychogeriatric Association (IPA) Consensus Conference, 1996).

    [2] Randomized Controlled Trial – Studio Randomizzato Controllato

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